




Manuela Mazzi |
|
Scrittrice |
|
Home page |
|
Chi è? |
|
Bibliografia |
|
I libri |
|
Eventi |
|
Premi |
|
Recensioni |
|
Download fotogallery |
|
Blog |
|
Link amici |
|
Contatti |

|
Cenerentole e piccoli prìncipi Basterebbe poco per aiutare i bambini di strada nepalesi |
|
Spaccano pietre lungo i fiumi per produrre ghiaia. Raccolgono letame secco dai prati da rivendere ai contadini. Spacciano droga su incarico di protettori. Sniffano colla per resistere alle fatiche. Fanno tappeti lavorando giornate interminabili. Vengono arruolati dai guerriglieri che li costringono ad abbracciare le armi. Mentre le ragazzine si prostituiscono per pochi soldi, tanto che alcuni le hanno ribattezzate le Cenerentole della strada. Altre sono invece più fortunate: seppur ridotte a un forma molto simile alla schiavitù, si trovano al servizio di terrieri o comunque ricchi signori che, in cambio di cibo e un letto, le fanno sgobbare come sguattere. Molte vengono “commercializzate” per scopi sessuali in India e in Tailandia. Quasi tutti fanno l’elemosina. La maggior parte dorme per strada, nei campi o al coperto di qualche cartone. Molti, troppi… muoiono. Un’istantanea per descrivere la realtà dei bambini nepalesi, i cosiddetti bambini di strada che pullulano in città asiatiche come Kathmandu. Cuccioli d’uomo che in parte per necessità, in parte per scelta, in parte forzati si sono ritrovati ad affrontare la vita da soli, tanti già a 4 o 5 anni. Di fronte a una radiografia simile è persino inutile cercare paragoni con la nostra realtà, dove i problemi maggiori tra i giovani, salvo qualche rissa, sono rappresentati dalla marca dei vestiti - se non sono alla moda non sei nessuno – o dal modo di portarli; oppure dall’ultimo film visto, o ancora dal possedere o no un determinato videogame o telefonino. Ma come sempre la ragione dovrebbe stare nel mezzo, e anche noi, volendo, qualcosa potremmo fare per migliorare certe realtà parallele.
Sono già stati in molti a denunciare l’esistenza di simili piaghe. Il mondo ne è pieno: sia di situazioni precarie, sia di denuncie. Il problema però è che, nonostante tutto, si tende troppo spesso a semplificare. Così ci si ritrova con la soluzione di ogni dramma a portata di mano: per placare una sorta di senso di colpa che affligge chi generalmente legge di certe ingiustizie, trovandosi dall’altra parte della sponda, si dirà che tuttavia questi bambini sorridono sempre (nda: ma lo fanno solo per cercare di comprarti nel tentativo di ricavare qualche spicciolo) e hanno dei grandi occhioni che t’illuminano di gioia (nda: di fatto dilatati per le droghe). I più intraprendenti invece si buttano nella tanto decantata esperienza dell’adozione a distanza. Laddove però, se non si sta più che attenti si può rischiare di causare più danni che altro (basterà sospendere il contributo – a seconda dell’associazione – per far rimettere il “proprio” bambino per strada!). Altri invece, parlando del Nepal, preferiscono chiudere gli occhi per riaprirli solo sulle grandi catene montuose, sede delle nevi eterne, come se tra l’India, il Tibet e la Cina ci fossero solo ed esclusivamente le montagne. Per non parlare dei tanti turisti che giungono in terra nepalese pieni di buoni propositi: indossando i panni dei samaritani, si prodigano per distribuire ricchezze, ovvero spiccioli per noi occidentali, a destra e a manca. Senza rendersi conto che invece di annaffiare piccoli germogli di speranza, gettano diserbante sul fertile terreno delle tante onlus che operano sul posto nel tentativo di recuperare questi piccini. Perché fin quando trovano da mangiare i bambini di strada preferiscono la libertà. Parola che dalle nostre parti riveste un valore assolutamente positivo, ma che mal utilizzata crea solo illusioni e un futuro incerto per tutti loro: un demonio vestito da angelo.
Ed è proprio nel nome della “libertà”, che alcuni di questi cuccioli trovano la morte giornalmente: “ogni giorno 205 bambini perdono la vita! Su 100mila bambini che muoiono al di sotto dei 5 anni il 55 percento è per malnutrizione. Il 60 percento dei ragazzi e l’80 percento delle ragazze non sanno né leggere né scrivere: due nepalesi su tre sono analfabeti. Considerando il fatto che il 52% della popolazione totale (si parla di 23 milioni, anche se sono dati approssimativi in quanto molti, specialmente le donne, non hanno la cittadinanza) sono bambini inferiori ai 18 anni, su una media di 100 bambini, 93 vivono nei villaggi a parecchie ore, fino a giorni interi, di marcia a piedi dalle città, dove invece vivono gli altri 7; 40 appartengono a famiglie molto povere; solo 60 sono ammessi alla scuola, e soltanto 27 completano il primo livello. D’altronde in questo paese il 71% degli abitanti vive in totale povertà e l’80% della popolazione tira a campare grazie all’agricoltura: con 2 dollari un bambino mangia per una settimana. Ogni anno nascono circa 450mila bambini (2.286 ogni giorno - 95 ogni ora); ogni anno ne muoiono 75mila (205 ogni giorno). Ciononostante esiste un solo ospedale per bambini e un pediatra ogni 144mila infanti. Ben 5mila bambini lavorano e vivono per strada, mentre sono 127mila i bambini sfruttati, spesso per meno di 5 dollari al mese. 1.500 ragazzine incinte, su 100mila, muoiono durante il parto e, più precisamente, ogni 2 ore muore una donna nel tentativo di dare alla luce il proprio figlio. Infine, ogni anno tra le 5.000 e le 7.000 donne e bambine vengono portate in India per farle prostituire, mentre è stato verificato che un centinaio di ragazzini sono tenuti prigionieri da adulti. I dati ovviamente peggiorano di anno in anno, nonostante il forte impegno dei tanti volontari”.
L’insieme di queste informazioni – che sono riportate nel libro “Un caffè a Kathmandu” (vedi riquadro) – sono state verificate e aggiornate quest’anno direttamente dalla Onlus Apeiron Nepal, un’associazione di volontariato non governativa che opera sul posto per aiutare i cosiddetti bambini di strada. Questa ovviamente vuol essere solo una precisazione per avvalorare il contenuto di questo articolo, fondato su dati di fatto e non puramente su opinioni.
Esiste una soluzione? Piuttosto che continuare con la diffusa politica assistenzialistica e clientelare, sarebbe meglio promuovere nuovi modi di fare sviluppo, ad esempio contribuendo alla realizzazione e alla coordinazione di progetti di sostegno e sviluppo rivolti ai membri più deboli della società civile. Il tutto con il proposito di informarli su quei diritti fondamentali che la realtà nepalese - ma non solo lei - fatta di esclusione, marginalità e sfruttamento, non riesce a garantire. In altre parole occorre puntare sull’educazione scolastica e sulla formazione al lavoro per creare membri attivi, formare uomini e donne autonomi e consapevoli delle proprie abilità. Al di là di questo Apeiron invita a investire un po’ di quello spirito caritatevole finanziando con piccoli contributi associazioni serie e mirate, piuttosto che “comperare” un bambino da mantenere a distanza, oppure sperperare spiccioli durante le nostre gite turistiche in terre povere, alimentando questa piaga. Insomma, anche in questo caso si potrebbe parlare di migliorare nell’ambito del cosiddetto “turismo sostenibile”, proprio ora che le vacanze sono alle porte… Ma.Ma. |







