
Manuela Mazzi |
|
Scrittrice |
|
Home page |
|
Chi è? |
|
Bibliografia |
|
I libri |
|
Eventi |
|
Premi |
|
Recensioni |
|
Download fotogallery |
|
Blog |
|
Link amici |
|
Contatti |

|
Un Angelo e un caffè |
|
di Daniele Dell'Agnola, maestro, scrittore e per l'occasione giornalista
Apro un angolo nel mensile Il Biaschese per sondare un po’ di scrittura al femminile. Ho deciso di partire da una giornalista, che fa la scrittrice ed è pure fotografa. Si chiama Manuela Mazzi. È appena uscito il suo secondo libro, Un caffè a Kathmandu, edito da Progetto Cultura 2003, Roma. A dicembre avevo già acquistato il suo Angelo apprendista, pubblicato dallo stesso editore romano. Scrivere, pubblicare, seguire un libro, farlo vivere, è un compito molto impegnativo. Sono molte le fasi, le fatiche che si chiedono all’autore, soprattutto se lavora in modo indipendente. Lottando si riesce. Manuela Mazzi è riuscita, a mio modesto parere, a lanciare dei progetti intelligenti: Un caffè a Kathmandu è tra l’altro legato ad un’iniziativa di solidarietà. I suoi progetti sono articolati da una buona divulgazione, un notevole lavoro attraverso la rete (si veda il blog www.uncaffeakatmandu.spinder.com) e una bella visione su quanto accade “attorno” (visione da giornalista).
Iniziamo a parlare del tuo primo libro, L’angelo apprendista, edizioni Progetto Cultura, Roma 2005. La narratrice è una fotografa di 35 anni che da bambina ha vissuto un’esperienza al confine tra la vita e la morte. È stata salvata, dopo un incidente sulla strada del Gottardo, da un angelo. Nei ricordi della donna ci sono molti vuoti, nel contempo molta consapevolezza attorno a questo scenario ultra terreno. Come un pendolare, la voce narrante varca i confini, mantenendo una simmetria tra mondo reale e mondo onirico. Nel reale c’è il Ticino, con Locarno, il Festival del film, i giornalisti. Altrove, in un ignoto conosciuto gradualmente dalla protagonista, c’è l’angelo che conosce sempre più i meccanismi del destino, l’architettura del divino. Non so se dico bene, perché non sono un critico letterario, tuttavia questo quadro apre il varco su qualche domanda: il giornalismo, la fotografia, s’intercalano veramente nella tua vita con questo bisogno di narrare un “oltre”, un “ignoto”, cioè qualcosa che fugge dal pragmatico vivere quotidiano?
MANUELA: Da un certo punto di vista sì. Diciamo pure che il fatto di organizzare i miei pensieri scrivendoli e ritrarre immagini che immortalano spezzoni di quotidianità, per me è quasi un’esigenza; questo è anche uno dei motivi per cui ho scelto questa professione. Tuttavia non mi basta. La “cronaca” riporta solo fatti, poche riflessioni. Pertanto la “comunicazione” che ne deriva è molto limitata. Da qui nasce un’ulteriore esigenza: quella di scrivere libri, laddove posso comunicare le mie riflessioni, un andare “oltre” il vivere quotidiano pragmatico, per ritrovarmi a percorrere vie “ignote”, per questo tutte da scoprire; come nel caso de L’angelo apprendista. Ed è risaputo: la curiosità è una delle prerogative di qualsiasi giornalista che si rispetti.
Quando si giunge alla Prima prova per l’angelo, credo che il lettore inizi a chiedersi se la siringa è “vera” oppure “dell’aldilà”. La legge divina si contrappone alla legge degli uomini. Leggendo le prime righe dell’omicidio (p.29) mi viene in mente il Mangiafuoco di Pinocchio, che gestisce tutte le marionette. Ad un certo punto, però il Mangiafuoco parla con la sua marionetta Arlecchino. Allora, se credo nella finzione tutto funziona, se invece osservo la scena dal punto di vista della realtà, Mangiafuoco è una specie di schizofrenico che parla con se stesso. E Pinocchio? È vero o un’anima invisibile? La protagonista crede veramente nel disegno universale e si china dentro a questa logica. È come se un grande occhio la vedesse. Questa idea ha un valore simbolico? Il tuo racconto è un’allegoria attraverso la quale vuoi mettere in scena una realtà sotto controllo?
MANUELA: È certo che tutto il racconto ha un valore prettamente simbolico. Tuttavia direi piuttosto per mettere in scena una realtà che sempre più spesso sfugge dal controllo… mentre non sarebbe male riuscire a riprenderne le redini. Ed è proprio questo lo scopo: indurre il lettore a un certo tipo di riflessione. Ogni scena descritta, di fatto, è molto realistica, nonostante le apparenze. Sono più che altro metafore con cui io stessa esorcizzo personali esperienze – a loro tempo sfuggitemi dalla padronanza - oppure lancio messaggi chiave da codificare, ma neppure poi tanto. In un certo senso ho creato una nuova “scenografia” per rispolverare principi e valori sempre più messi a dura prova dall’evolversi frenetico della vita quotidiana caratterizzata da un’epoca irrequieta. E così, come accade alla protagonista del libro, lo stesso capita a molti di noi: è fondamentale, ogni tanto, fermarsi per porsi certi interrogativi. Anche se, per concludere, chissà, magari l’autrice, come la protagonista, crede semplicemente in un vero e proprio disegno universale, in un gigantesco Mangiafuoco che gestisce tutte le marionette, magari aiutato da un Pinocchio un po’ angelo…
Dove ha radice l’aspetto surreale (sto pensando alla nascita dell’uccello, partorito dalla bocca della protagonista) presente nel tuo modo di narrare?
MANUELA: Questa è facile: la maggior parte delle descrizioni surreali nasce dai miei sogni. L’attività onirica di una persona ha sempre una correlazione con accadimenti reali, bisogna solo saperli decifrare.
Non hai mai pensato di raccontare la stessa storia con la fotografia, in un nuovo progetto tra immagine e parola? In fondo in alcuni tratti la tua scrittura sembra immagine fotografata: penso alle esperienze della protagonista con l’angelo Willy (es a p. 45)
MANUELA: Sono felice di questa domanda, in quanto cela una serie di definizioni che ho già avuto modo di ricevere quali commenti ai miei scritti. Alcuni hanno definito i miei racconti/romanzi – editi o ancora da pubblicare – come sceneggiature, altri come se fossero fumetti, o, come in questo caso, con una sorta di “scrittura fotografata”. Proprio oggi una ragazza dalla Svizzera interna, mi chiedeva per quale motivo l’ultimo mio romanzo Un caffè a Kathmandu non fosse corredato di immagini. Tutto ciò mi piace, perché riconosco il mio modo di pensare alla scrittura. Credo che si possa ritenere un segno distintivo del mio stile personale, aldilà del genere trattato. E non nascondo neppure il fatto che ogni volta avrei voluto fare proprio ciò che mi viene chiesto: raccontare le mie storie attraverso le fotografie: un sogno? Mah!
L’angelo supera delle prove. Si tratta di rituali di passaggio che dovrebbero caratterizzare anche la vita di una donna, di un uomo. Chiamala crescita spirituale, sviluppo psicofisico, passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Non credi che si tenda sempre più ad appiattire i tempi, a concepire con velocità, immediatezza mass mediatica, molti aspetti della vita umana? Dalla formazione, l’educazione, la cultura…
MANUELA: Pur rendendomi conto di aver in parte già risposto a questa domanda in una precedente, ne approfitto per dilungarmi, sottoponendoti la mia visione della crescita o, come a me piace definirla della rigenerazione. Molti sono convinti che la vita si misuri dalla nascita alla morte con una linea retta da A a B… secondo me invece la vita è un grande cerchio chiuso, e parimenti molti percorsi interni alla stessa vita sono altrettanti cerchi (formazione, cultura, educazione, ecc). E con il termine “cerchio chiuso” non intendo “definito”, bensì rigenerante: ovvero da una fine si riparte… con un nuovo inizio, ma nello stesso percorso. Mi spiego meglio: è come trovarsi faccia a faccia con il quadrante di un orologio classico, dopo il 12, si riparte con il numero 1… Ebbene il rapporto della protagonista con questo elemento inteso come “in divenire” è molto stretto e intimo… soprattutto nel momento in cui essa capisce che sarebbe già dovuta morire trent’anni prima: tutto il libro gioca proprio su una scelta fondamentale che comprende l’analisi e la comprensione di questo cerchio mettendone a confronto uno che doveva essere già “chiuso” e uno che – in divenire - potrebbe essere “infinito”… Insomma: laddove una storia dovrebbe già essere finita, si incontra la possibilità di fermarsi a considerare i tanti aspetti della vita umana con molta più tranquillità e serenità... A questo punto, ci si può solo augurare che gli esseri umani si prendano il tempo per riflettere e vivere, prima che la storia… finisca.
Parlaci del nuovo libro, appena uscito e che non ho ancora letto. Si differenzia dall’Angelo apprendista? Che messaggio vuoi far passare ai lettori della regione Tre Valli che vogliono avvicinarsi ad una giovane autrice?
MANUELA: Decisamente diversi, anche se non per quanto concerne lo stile: L’angelo apprendista è un racconto un po’ sul genere New Age, mentre Un caffè a Kathmandu è un giallo/rosa, ma soprattutto un romanzo denuncia. Facendo tesoro di un’esperienza personale vissuta in Nepal nel 1998 – ero partita sotto l’egida di APEIRON, un’organizzazione di volontariato che opera a favore degli elementi più deboli della società in questa terra orientale – ho deciso di denunciare la situazione dei bambini di strada con i quali ho condiviso parecchio tempo. Tuttavia non volevo scrivere un libro “patetico” o pesante, come spesso capita quando si trattano simili temi, annoiando i lettori e non raggiungendo l’obiettivo volto alla sensibilizzazione su questi argomenti. Da qui è nata una storia a tratti ambigua, in altri momenti d’azione, con risvolti sentimentali, arricchita anche di sorprese e ribaltamenti, ma facendo svolgere il tutto su uno sfondo molto reale, che rappresenta appunto le ambientazioni, il modo di vivere, la cultura e tant’altro di un popolo lontano. D’altra parte però approfitto anche dell’occasione per mettere la nostra realtà a confronto con quest’altra. E quando dico nostra intendo quella ticinese, ma soprattutto quella delle Valli. Proprio così. A un certo punto la protagonista torna a casa e va a rifugiarsi nella cascina di montagna della nonna. Non si trova nel Bellinzonese, bensì in un Monte delle Centovalli. Ebbene – sperando di fare un gradito omaggio – riporto qui di seguito uno spezzone tratto dal libro a tal proposito:
“Mi trovo a circa 1200 metri sopra il livello del mare: oltre la vallata una catena di montagne, qualche cima ancora innevata, ragni e zecche al posto di sanguisughe, ghiri invece che ratti enormi e iguana, sporcizia del tempo, zero comodità... a pensarci bene è come se dal Nepal debba ancora fare ritorno. In effetti nei tempi passati, i nostri vecchi non dovevano stare poi molto meglio di quella povera gente che abita sull’altra parte della faccia della terra in situazioni precarie. Solo che loro le maniche se le sono potute voltare indietro per bene, creando strade, ponti e dighe, migliorando i mercati per vendere in città i loro raccolti o prodotti, e portando dalla città alla valle anche l’elettricità, almeno in molte zone montane. Ma da noi non esistevano e non esistono caste di sorta… o comunque non equiparabili agli intoccabili che, anche se volessero impegnarsi al massimo per raggiungere una posizione sociale migliore, non lo potrebbero fare per la mancanza di alcun diritto.”
Sono certa che anche molti lettori del Biaschese ricordano i sacrifici dei propri avi… Ma non finisce qui. Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà: il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu (http://www.apeiron-aid.org/), di cui ho parlato prima. Se mi è permesso desidero sottolineare che – non avendo tutte le librerie accettato di mettere in vendita il libro - in Ticino Un caffè a Kathmandu si trova quindi nei seguenti punti di rivendita: nel Locarnese, alla libreria Kon-Tiki e alla libreria Locarnese; nel Bellinzonese alla libreria Diffusione del Sapere; nel Luganese alla libreria Dietro L’Angolo e alla libreria Il Segnalibro; nel Mendrisiotto, alla Cartolibro AZ. (altre info su: www.uncaffeakathmandu.splinder.com). Per quanto riguarda L’angelo apprendista, attualmente è ordinabile solo richiedendo una o più copie direttamente all’autrice (angeloapprendista@tiomail.ch – info: www.angeloapprendista.ciaoo.it)
Infine, tu sei anche giornalista. Cosa ti piace, del tuo mestiere? Cosa non sopporti? MANUELA: Forse la cosa che più mi piace del giornalismo è il fatto che lo ritengo un mondo in cui non sono sempre e solo i colti e patentati a farcela, bensì la spuntano più spesso gli “appassionati”, coloro che inseguono i sogni, che provano a mettere le fondamenta ai propri castelli in aria: come sto cercando di fare io. Per quanto riguarda ciò che non sopporto forse mi conviene riportare qualche riga che a volte utilizzo per descrivermi: “Di certo non sono più adolescente, anche se ad alcuni piace definirmi naif. Sono invece una giornalista, ma non di quelle che diventano famose: non ho intenzione di scendere a certi compromessi”… E con ciò non credo che servano altre parole.
Bene, grazie a Manuela e tanti auguri per i suoi progetti |








