di Simona Sala
A quali rischi va incontro un giovane (per una volta non è una giovane) il quale si lascia irretire da guadagni facili praticando il mestiere più vecchio del mondo, ma – badate bene – non in strada al freddo, bensì in una gabbia dorata in cui si sente l’odore dei soldi a ogni angolo? All’apparenza a nessuno, ma dopo qualche tempo, pochi mesi, nemmeno un anno, cominciano a mostrarsi le insidie. Le pretese sempre più alte ed esagerate delle clienti, l’ambizione del gigolò stesso, che non riesce più a controllarsi e, da ultimo ma non per importanza, un giro sporco e pericoloso, ma che permette di stare a galla come quello della cocaina.
Nel suo Un Gigolo in doppiopetto la locarnese Manuela Mazzi (alla sua terza esperienza letteraria, dopo L’angelo apprendista e Caffè a Kathmandu) traduce in racconto avvincente una vicenda di casa nostra con la quale si è trovata confrontata qualche tempo fa in veste di giornalista. E cioè quella di un giovane ticinese finito nel giro dell’«accompagnamento di alto bordo » per lo scintillante – e fasullo – mondo della società bene lombarda. Max, nome per ovvii motivi falso, è in realtà un giovane perbene, senza un passato devastante alle spalle, né tantomeno una vita precaria.
Rappresenta quindi la dimostrazione di come a volte la vita e gli accadimenti fortuiti o predestinati prendano il sopravvento sulle persone, lasciando poco spazio alle manovre personali e alle scelte. Alla fine del libro in questo racconto che si legge tutto d’un fiato, Max si ritroverà con sulle spalle un’esperienza in più, ma anche con un senso di vergogna a tratti insopportabile, e la consapevolezza di avere commesso un errore cui difficilmente potrà rimediare. E Un Gigolo in doppiopetto è la prova di come certe vicende possano succedere anche alle nostre latitudini.